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Angelo Galantino

La solitudine che uccide: come il vuoto diventa ideologia

2026-07-12 11:46

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La solitudine che uccide: come il vuoto diventa ideologia

Perché alcune persone sono più vulnerabili di altre al richiamo delle ideologie estreme?

C'è una domanda che attraversa da decenni gli studi sul terrorismo e che oggi torna con una forza nuova: perché alcune persone sono più vulnerabili di altre al richiamo delle ideologie estreme? 

La risposta più recente arriva da un incontro tra filosofia politica e ricerca empirica e indica una direzione precisa: la solitudine.

 

Non tutti i "soli" sono soli allo stesso modo

Hannah Arendt, nel capitolo conclusivo de Le origini del totalitarismo (Edizioni di Comunità, 1951), aveva già individuato il nodo con una precisione che ancora oggi disarma. Arendt distingue tre condizioni che il linguaggio comune tende a confondere.

  • L'isolamento (isolation) riguarda la sfera pubblica ed è l'impossibilità di agire insieme agli altri, spesso conseguenza diretta della distruzione dello spazio politico condiviso da parte del potere totalitario.
  • La solitudine (loneliness) è un'esperienza più radicale e più pericolosa. È il sentirsi superflui, esclusi dal mondo, privi di voce e di valore per gli altri. Arendt la definisce senza mezzi termini la base comune del terrore, perché priva l'individuo della fiducia in se stesso e nella realtà condivisa con gli altri esseri umani.
  • Esiste infine una terza condizione, la solitudine positiva (solitude), quella in cui si è fisicamente soli ma in dialogo con se stessi, in quel "due in uno" che Arendt considera necessario per il pensiero critico e per la coscienza morale. È la differenza tra chi si ritira per pensare e chi viene espulso dal mondo senza avere più nessuno con cui parlare, nemmeno se stesso.

Quando la solitudine nel senso arendtiano diventa cronica l'individuo smette di fidarsi del mondo. Ed è in quel vuoto che l'ideologia totalitaria trova spazio, offrendo una logica ferrea e totalizzante che riscatta l'uomo dalla propria insignificanza (Arendt H., Le origini del totalitarismo, Edizioni di Comunità, 1951).

 

Dalla teoria politica alla clinica della radicalizzazione

Settant'anni dopo, due filosofe hanno preso quell'intuizione e l'hanno messa alla prova dei casi reali. Sanna Tirkkonen (Università di Helsinki) e Ruth Rebecca Tietjen (Università di Tilburg) hanno pubblicato nell'aprile 2025 lo studio Loneliness and Radicalization su Philosophy and Social Criticism, partendo esplicitamente dalla teoria arendtiana per applicarla a due gruppi di casi contemporanei: gli attori solitari di estrema destra e le donne occidentali affiliate all'ISIS.

 

Il primo dato che le due ricercatrici mettono a fuoco è che la solitudine non va trattata come un disagio psicologico individuale e passeggero. È un fenomeno strutturale, radicato in precarietà economica, discriminazione, marginalizzazione e nel fallimento delle promesse di inclusione che le società contemporanee continuano a fare senza mantenere. 

Il secondo dato riguarda il meccanismo psicologico che trasforma il vuoto in violenza. Negli attori solitari di estrema destra prevale la paura dell'estinzione individuale e collettiva, una minaccia percepita come esistenziale. Nella radicalizzazione islamista in Occidente contano invece soprattutto le esperienze dirette di discriminazione e marginalizzazione.

In entrambi i casi la solitudine cronica altera la percezione della realtà. Chi si sente solo, spaventato e impotente comincia a vedere nemici ovunque, quando non arriva a costruirseli da solo. E quella minaccia, reale o immaginata, diventa la giustificazione morale della violenza, vissuta non come aggressione ma come autodifesa.

 

Il radicalismo non vende idee, vende appartenenza

Qui si chiude il cerchio tra Arendt e la ricerca contemporanea. Le ideologie estreme non attecchiscono perché convincono sul piano razionale. Attecchiscono perché offrono in un colpo solo tre cose che la solitudine ha tolto: un'identità, un nemico riconoscibile, un posto dentro una comunità

Trasformano emozioni rivolte verso se stessi, come vergogna e senso di colpa, in emozioni rivolte verso l'esterno, come rabbia e odio, e in questo passaggio la violenza smette di sembrare una scelta e comincia a sembrare un destino.

Capire questo meccanismo non significa assolvere chi lo agisce. Significa smettere di trattare la radicalizzazione come un'anomalia psichiatrica isolata e cominciare a guardarla per quello che è più spesso: la risposta, distorta e criminale, a un bisogno umano che la società ha lasciato inevaso

Non è un caso che i profili più esposti siano proprio quelli su cui le fratture sociali si accumulano da più tempo.

Chi lavora ogni giorno sul contrasto alla radicalizzazione lo sa bene. Le reti si smontano con le indagini. I vuoti che le hanno rese possibili si colmano molto prima, o non si colmano affatto. 

 

Il radicalismo non vende un'ideologia. Vende l'unica cosa che il mondo aveva smesso di offrire gratis: la sensazione di contare per qualcuno, di essere finalmente visti. E finché continueremo a produrre invisibili, ci sarà sempre qualcuno pronto a fargli credere di essere, per la prima volta, importanti.



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Fonti: Arendt H., Le origini del totalitarismo, Edizioni di Comunità, 1951 Tirkkonen S., Tietjen R.R., Loneliness and Radicalization, Philosophy and Social Criticism, 16 aprile 2025: https://doi.org/10.1177/01914537251334550 Tilburg University Research Portal, scheda pubblicazione: https://research.tilburguniversity.edu/en/publications/loneliness-and-radicalization/ University of Helsinki Research Portal, scheda pubblicazione: https://researchportal.helsinki.fi/en/publications/loneliness-and-radicalization/

 

Immagine di copertina A.I.