Da qualche giorno una procura italiana ha deciso che il nome del reato può restare ma la nazionalità di chi lo commette no. Salvo motivate ragioni di interesse pubblico la si può omettere dai comunicati ufficiali (https://www.umbria24.it/cronaca/iniziativa-di-rilievo-della-procura-di-perugia-vietato-comunicare-la-nazionalita-degli-indagati/).
Si parla di sobrietà nella comunicazione e di presunzione di non colpevolezza, principi che nessuno con un minimo di onestà intellettuale può contestare. Ma dietro il linguaggio istituzionale si nasconde una domanda che nessuno sembra voler porre davanti a un microfono: di chi stiamo davvero proteggendo la privacy?
La misura ha già acceso polemiche politiche, con la richiesta di chiarimenti al Governo su una scelta che secondo i critici riduce la trasparenza dell'informazione pubblica su un tema sensibile come la sicurezza (https://www.ilgiornale.it/news/magistratura/toghe-vietano-indicare-nazionalit-dei-sospettati-scoppia-2692267.html).
Il Regno Unito ci è già passato, con una tradizione consolidata di restrizioni sull'identità dei sospettati. E il Regno Unito ci insegna anche il rovescio della medaglia: quando le istituzioni tacciono un dato che la gente vuole comunque conoscere, quel vuoto lo riempiono i social nel modo peggiore possibile, con voci false che si trasformano in disordini di piazza (https://publications.parliament.uk/pa/cm5901/cmselect/cmhaff/381/report.html).
Anche la Germania ha una regola simile nel proprio codice deontologico della stampa, che prevede di citare origine etnica o religiosa solo se strettamente necessaria alla comprensione della notizia.
In Italia esiste da anni un protocollo analogo sottoscritto dalla categoria dei giornalisti, pensato per evitare stigmatizzazioni collettive nel racconto della cronaca. Sono comunque codici di autoregolamentazione della professione giornalistica, cosa diversa da un'istituzione pubblica che decide a monte quali fatti comunicare ai cittadini.
E qui arriva il punto che davvero conta e che la polemica sulla trasparenza rischia di far passare in secondo piano.
Chi delinque, chiunque sia, subisce oggi una tutela della riservatezza che alle vittime viene garantita molto più raramente. Il nome, l'età, il volto, la storia personale di chi ha subito una violenza finiscono spesso in pasto a una curiosità morbosa che nulla ha a che fare con il diritto di cronaca, mentre la vittima vorrebbe solo essere lasciata in pace per ricostruirsi una vita. L'autore del reato, al contrario, viene protetto da un velo di anonimato crescente, sempre più esteso, sempre meno giustificato caso per caso.
È un rovesciamento di priorità che meriterebbe una riflessione seria, non uno scontro tra tifoserie politiche.
Ci si deve chiedere seriamente se la privacy di un violentatore, di un pedofilo o di un assassino valga davvero la pena di essere tutelata con lo stesso zelo riservato a chi quel reato lo ha subito sulla propria pelle.
Sbattere in prima pagina nome e volto di chi si è macchiato di un crimine efferato non è solo cronaca. È anche un deterrente, una forma di responsabilizzazione sociale, una punizione aggiuntiva che pesa quanto e più di certe pene detentive troppo lievi. Chi delinque dovrebbe vergognarsi pubblicamente delle proprie azioni, non nascondersi dietro formule burocratiche pensate per tutelare chiunque tranne chi ha davvero bisogno di tutela.
E poi c'è la nazionalità, che non è un dettaglio decorativo buono solo per alimentare pregiudizi come si vuole far credere. È spesso una chiave di lettura indispensabile per comprendere l'origine del reato, il contesto culturale e religioso da cui nasce una certa violenza, i pattern ricorrenti che solo l'analisi seria del fenomeno può individuare e prevenire.
Cancellare questo dato non protegge nessuno. Semplicemente impedisce ai cittadini di comprendere la realtà che li circonda e agli analisti di fare correttamente il proprio lavoro.
La verità non ha bisogno del nostro permesso per essere scomoda. Ha solo bisogno di qualcuno che abbia il coraggio di raccontarla per intero, senza sconti per il colpevole e senza silenzi per la vittima.
Il giorno in cui smetteremo di proteggere i mostri più di quanto proteggiamo chi li ha incontrati sulla propria strada, avremo fatto un passo avanti vero. Fino ad allora resteremo un paese che si commuove a targhe alterne e si vergogna delle verità sbagliate.
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Fonti:
- https://www.umbria24.it/cronaca/iniziativa-di-rilievo-della-procura-di-perugia-vietato-comunicare-la-nazionalita-degli-indagati/
- https://www.ilgiornale.it/news/magistratura/toghe-vietano-indicare-nazionalit-dei-sospettati-scoppia-2692267.html
- https://publications.parliament.uk/pa/cm5901/cmselect/cmhaff/381/report.html
Immagine di copertina A.I.
