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Angelo Galantino

IL SANGUE DEL BATACLAN HA UNA DATA DI SCADENZA

2026-05-29 22:21

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IL SANGUE DEL BATACLAN HA UNA DATA DI SCADENZA

La storia insegna che le civiltà non vengono distrutte soltanto dalle armi dei nemici. Vengono distrutte dall'amnesia con cui trattano la propria memoria.

13 novembre 2015. Ore 21:16.

Parigi non era in guerra. Parigi era a un concerto, seduta ai tavoli di un bistrot, allo stadio. Erano ragazzi. Erano famiglie. Erano la vita ordinaria di una sera di venerdì.

In meno di tre ore, tre cellule jihadiste coordinate colpirono simultaneamente lo Stade de France, i dehors del centro e la sala concerti del Bataclan. Il bilancio fu devastante: 130 vittime, oltre 350 feriti e un'intera città paralizzata dal terrore. Fu il secondo attacco terroristico più sanguinoso nella storia europea del dopoguerra dopo quello di Madrid del 2004, in cui persero la vita 191 persone.

Tra i responsabili di quella mattanza c'era Mohamed Bakkali, nato il 10 aprile 1987 a Verviers, Belgio, cittadino belga-marocchino. Cresciuto in una famiglia marocchina ben integrata, con un diploma professionale e un lavoro nella carrozzeria del padre. Nessun contesto di degrado, quindi. Eppure Bakkali divenne il motore logistico di uno degli attacchi più coordinati mai eseguiti sul suolo europeo.

In vista degli attentati, aveva trasportato in auto dall'Ungheria a Bruxelles Abdelhamid Abaaoud, il coordinatore dell'assalto al treno Thalys e poi degli attentati parigini. Durante la preparazione degli attacchi allo Stade de France, ai dehors del centro e al Bataclan, trasportò diversi terroristi, trovò loro veicoli e appartamenti e intrattenne costanti contatti telefonici con l'intera cellula.

Nel 2022 un tribunale francese lo condannò a 30 anni per aver aiutato gli attentatori affittando case e auto blindate e procurando documenti d'identità falsi. Fu inoltre condannato a 25 anni in Belgio per il suo ruolo nell'attentato fallito a un treno ad alta velocità diretto a Parigi.

Pene cumulate: 55 anni. Sulla carta.

Tra gli obiettivi di quella notte c'era anche lo Stade de France, scelto deliberatamente mentre il presidente Hollande era sugli spalti. Non fu una scelta casuale. Gli eventi sportivi sono obiettivi privilegiati dalla strategia jihadista perché condensano in un solo luogo tutto ciò che l'ideologia del terrore vuole colpire: visibilità mediatica globale, concentrazione di masse civili, valore simbolico del nemico crociato che si diverte. È esattamente il paradigma che ho analizzato nel mio libro Sporterror. Bakkali non ne aveva forse una consapevolezza teorica ma ne era, inconsapevolmente, un esecutore perfetto.

 

IL TRIBUNALE DI BRUXELLES DECIDE: MERITA DI USCIRE

L'11 maggio 2026 il Tribunale di Applicazione delle Pene di Bruxelles ha approvato la richiesta nonostante la raccomandazione negativa della Procura, concedendo a Bakkali sei permessi penitenziari di 36 ore ciascuno. Il 39enne sta scontando la pena nel carcere di Ittre, struttura ad alta sicurezza nel Brabante Vallone. Ha già beneficiato di diversi permessi brevi dal luglio 2025.

Il tribunale ha motivato la decisione citando il comportamento "calmo e rispettoso" del detenuto, il fatto che abbia avviato passi concreti per trovare lavoro e un alloggio e che abbia persino incontrato alcune vittime. La sua data teorica di rilascio rimane il 2040 ma è diventato ammissibile alla liberazione condizionale già dal febbraio 2024.

L'accusa non ha diritto di appello. La decisione è definitiva.

In aula parlamentare si è parlato di "vergogna" e di banalizzazione del terrorismo. Parole comprensibili. Insufficienti, però, a cambiare il corso degli eventi.

 

IL DIRITTO E I SUOI LIMITI

Occorre essere onesti sul piano giuridico. Il sistema belga prevede che la pena tenda alla rieducazione e al reinserimento sociale del condannato. È un principio nobile, fondato su decenni di criminologia e diritto penitenziario europeo.

Il problema non è il principio. Il problema è la sua applicazione acritica a una categoria del tutto speciale di detenuti: i terroristi jihadisti condannati per stragi di massa.

Il terrorismo jihadista non è delinquenza comune. Non nasce dalla povertà, dalla devianza sociale o dall'esclusione. Nasce da un'ideologia. E le ideologie non si rieducano con un colloquio peritale e un attestato di buona condotta. Si abbandonano o si nascondono. La differenza, in questo contesto, è tutto.

Come si valuta la deradicalizzazione di un soggetto che ha partecipato alla pianificazione di un'operazione che ha ucciso 130 civili in nome del jihad? Su quali parametri scientifici certi si basa un tribunale nel determinare che un individuo del genere non rappresenta più un pericolo? La risposta onesta è che tali strumenti non esistono in forma consolidata e validata.

 

LA PROPAGANDA JIHADISTA NON ASPETTAVA ALTRO

Questo è il punto che rischia di passare inosservato nel dibattito pubblico.

Lo Stato Islamico e le organizzazioni jihadiste diffondono con regolarità narrazioni dei propri successi, messaggi intimidatori e contenuti costruiti sulla logica dell'infotainment. La macchina della propaganda jihadista non si ferma mai. Lavora 24 ore su 24, in decine di lingue, su piattaforme criptate e canali alternativi. E si alimenta di ogni segnale di debolezza che l'Occidente, volontariamente o meno, le offre.

Il permesso concesso a Bakkali non è solo una questione giuridica belga. È un evento comunicativo di straordinaria portata per l'ecosistema mediatico jihadista. Immaginate come verrà raccontato: il mujahid che ha colpito il cuore di Parigi, che ha servito la causa portando la jihad nel ventre dell'Occidente, che i miscredenti hanno imprigionato e che oggi cammina di nuovo libero perché il sistema giuridico europeo non ha la forza di tenerlo. La narrazione si scrive da sola e diventa strumento di reclutamento attivo.

Nei versetti della spada della Sura IX del Corano è scritto: "Combattete coloro che non credono in Dio e nel Giorno Estremo. Combatteteli finché non paghino il tributo, uno per uno, umiliati." L'ideologia jihadista non legge questo come un precetto storico. Lo legge come una direttiva operativa permanente. E quando un condannato per strage rientra libero nella società civile, quella direttiva riceve una conferma in più: il nemico crociato cede, si piega, perdona. Per chi recruta giovani radicalizzandi online, è materiale prezioso.

 

L'EUROPA E LA SUA MEMORIA CORTA

Il 13 novembre 2015 l'Europa dichiarò di aver cambiato passo. La Francia proclamò lo stato d'emergenza. I leader si strinsero in abbracci davanti alle telecamere. Si parlò di risposta ferma e di non dimenticare mai.

Sono passati poco più di dieci anni. E oggi il coordinatore logistico di quella strage passeggia per le strade del Belgio con un permesso di 36 ore in tasca.

Non è una sconfitta dello Stato. È qualcosa di più sottile e più pericoloso: è la normalizzazione. È il processo attraverso cui eventi che avrebbero dovuto segnare una frattura permanente nella coscienza collettiva vengono lentamente metabolizzati, ridimensionati e inseriti nei meccanismi ordinari di un sistema che non è stato progettato per gestirli. A questa normalizzazione si accompagna qualcosa di ancora più silenzioso e più devastante: l'assuefazione al dolore. Il dolore delle vittime diventa rumore di fondo. Le loro storie diventano numeri. I loro volti svaniscono dai giornali e dai dibattiti. E il sistema va avanti, indifferente.

Le 130 vittime del Bataclan non hanno permessi. Non escono dal carcere della morte per 36 ore. I loro familiari non ottengono attenuanti per il buon comportamento tenuto negli anni successivi al lutto.

 

La storia insegna che le civiltà non vengono distrutte soltanto dalle armi dei nemici. Vengono distrutte, molto più spesso, dall'amnesia con cui trattano la propria memoria ferita. Quando una società comincia a restituire la libertà a chi ne ha programmato la morte in nome di un'ideologia totalitaria, non sta applicando la legge. Sta firmando, silenziosamente, la propria resa.

I 130 del Bataclan non hanno avuto una seconda chance. Non hanno avuto una vita dopo il 13 novembre. Non hanno avuto nessun tribunale che valutasse il loro comportamento e decidesse di restituire loro qualcosa.

Loro sono rimasti lì. Per sempre.

 

Ricordatevelo la prossima volta che vi raccoglierete in piazza con i fiori, le candele e i gessetti colorati. Perché il terrorismo non si commemora. Si combatte. E si tiene in galera.