Quando la follia ha un piano
Quattro episodi. Una sola regione. Poche settimane. Non è una coincidenza geografica: è una traiettoria analitica che chi studia il terrorismo e i fenomeni di radicalizzazione non può permettersi di ignorare.
A Modena, il 16 maggio 2026, un trentunenne italiano di seconda generazione con origini marocchine, investe con la propria auto una folla di passanti nel centro storico, ferendo gravemente otto persone tra cui una turista che perde entrambe le gambe. L'analisi dei suoi dispositivi elettronici rivela ricerche sistematiche, compiute nelle settimane precedenti, su attentati analoghi commessi in Europa. Non si tratta di improvvisazione: è emulazione consapevole, preparazione metodica, autosuggestione ideologica attraverso il repertorio visuale della violenza jihadista.
Ma è il comportamento durante l'azione a rivelare la dimensione più inquietante. Il soggetto colpisce i passanti sul primo marciapiede poi, vedendo che alcune persone riescono a schivarlo, cambia deliberatamente lato puntando quello opposto, più affollato in quel momento. È una valutazione tattica in tempo reale. È adattamento all'obiettivo. Una condizione clinicamente compromessa e una strategia d'attacco non si escludono: questa è una delle lezioni più difficili da accettare per chi si occupa di sicurezza pubblica. Il soggetto presentava una storia documentata di disturbi psichiatrici, aveva perso il lavoro e dichiarava di sentirsi perseguitato. Un profilo che non è isolato.
Dormiente, non assente
Pochi giorni dopo, a Reggio Emilia, un ventiduenne italiano di seconda generazione con origini marocchine viene fermato mentre si avvia verso il centro storico con l'intenzione dichiarata di accoltellare il maggior numero possibile di persone in una serata particolarmente affollata. Era stato in contatto tramite piattaforme di messaggistica con un sostenitore dello Stato Islamico che lo aveva istruito e incoraggiato. Anche lui presentava un profilo di disagio psichico certificato e già preso in carico dai servizi sanitari. Anche lui era italiano di seconda generazione.
La ricorrenza del disagio psichiatrico nei due profili non è accessoria: è strutturale e richiede una precisazione analitica fondamentale. Paul Gill (University College London, Department of Security and Crime Science) ed Emily Corner hanno documentato empiricamente, su un campione di 119 attori solitari, come la presenza di un disturbo mentale non costituisca la causa primaria della radicalizzazione ma operi come variabile che abbassa la soglia inibitoria rispetto all'azione violenta. La patologia psichiatrica non crea l'ideologia: amplifica e sblocca ciò che già esiste. Il concetto di "radicalismo latente" che Gill elabora nel suo framework descrive esattamente questa condizione, ovvero una predisposizione ideologica dormiente che non si manifesta in affiliazione organizzativa né in comportamenti apertamente eversivi ma che cristallizza in azione quando un innesco soggettivo (la persecuzione percepita, il fallimento lavorativo, il risentimento accumulato, ecc..) incontra il modello operativo fornito dalla propaganda jihadista. Le ricerche del soggetto di Modena su attentati precedenti sono la forma più esplicita di questa dinamica: autolegittimazione per emulazione, logica dell'attacco ispirato senza essere diretto dall'esterno. Modena e Reggio Emilia confermano questo schema in modo quasi scolastico.
Integrazione formale, odio reale
L'aggressione di Parma, avvenuta il 21 maggio, non appartiene al perimetro del terrorismo ma ne condivide la matrice soggettiva. Un gruppo di adolescenti di origine straniera, seconda generazione, insegue due insegnanti fino a un parco e li aggredisce perché uno di loro aveva rimproverato uno studente per un gesto di inciviltà. Il movente dichiarato è il rimprovero. Il bersaglio reale è l'autorità: l'insegnante come figura simbolica dello Stato, dell'identità nazionale percepita come sistema estraneo. Il problema dell'integrazione, per come viene affrontato nel dibattito pubblico italiano, è quasi sempre ridotto a documenti, percorsi scolastici e accesso al lavoro. Questi casi mostrano invece che l'integrazione formale, la cittadinanza, la laurea, la residenza anagrafica, può coesistere con una radicalizzazione identitaria profonda. Il nodo non è la presenza sul territorio: è la volontà di trasformare gli italiani in nemici.
Il silenzio che arma
A questo si aggiunge un elemento criminogeno sistematicamente sottovalutato: l'assenza di denuncia. Chi non denuncia deresponsabilizza l'autore e consolida in lui la percezione di impunità. L'impunità percepita non è un effetto collaterale del sistema: è essa stessa generatrice di ulteriore violenza. In una comunità in cui il silenzio è la norma, la violenza diventa il linguaggio.
La firma sul volto
Il caso di Cesena, avvenuto il 15 aprile 2025, aggiunge un elemento che merita attenzione specifica. Un quindicenne viene aggredito nel cortile di una scuola da un branco di coetanei armati di machete, manganello telescopico e coltello. Riporta la lesione permanente di tre dita e uno sfregio profondo che dall'orecchio attraversa l'intera guancia sinistra. Sognava di diventare pilota di aereo. Non lo farà più. Nessuno ha chiesto scusa alla sua famiglia. Tra gli aggressori figurano italiani e stranieri di seconda generazione.
Il tipo di violenza inflitta non è un dettaglio: lo sfregio del volto possiede una valenza simbolica che la ricerca sul jihadismo e sulla cultura islamista radicale documenta con precisione. I gruppi jihadisti e le subculture radicalizzate che ne imitano il repertorio visuale hanno fatto dello sfregio uno strumento sistematico di terrorismo sociale. Il volto è la sede dell'identità e della dignità della persona. Sfigurarlo non è solo una lesione fisica: è una dichiarazione di potere permanente sulla vittima, un segno indelebile rivolto alla comunità più che al singolo, una forma di morte sociale inflitta in vita. Il machete è uno degli strumenti più iconici dell'immaginario propagandistico dell'ISIS e Abu Muhammad al-Adnani nel suo celebre appello del 2014 includeva esplicitamente i coltelli tra i mezzi da usare contro gli "infedeli" nei paesi occidentali. L'impiego di questo strumento per colpire il volto di un minorenne in un cortile scolastico italiano evoca, indipendentemente dalle intenzioni dichiarate degli aggressori, un repertorio culturale e simbolico preciso. In quel repertorio, lo sfregio del volto funziona come una firma.
Il nome che non diciamo
Nel dibattito pubblico italiano, ogni volta che episodi come questi vengono letti alla luce del radicalismo islamista o del fallimento dell'integrazione si attiva una difensiva riflessa: si parla di stigmatizzazione, di islamofobia, di generalizzazione indebita. L'expertise scompare sostituita dall'opinione.
Come ho avuto modo di argomentare altrove, nel dibattito sul terrorismo non tutte le voci hanno lo stesso peso epistemologico e confondere la competenza con la faziosità è uno dei lussi più costosi che una democrazia possa permettersi.
Il radicalismo latente non fa rumore. Lavora in silenzio, si nutre di impunità e trova nei nostri eufemismi il migliore alleato che potrebbe desiderare.
Quando esplode, qualcuno perde le gambe. Qualcun altro perde il volto.
Noi continuiamo a perdere il tempo che avevamo per chiamare le cose con il loro nome.
Fonti: https://tg24.sky.it/cronaca/2026/05/25/attentato-modena-el-koudri-europahttps://tg24.sky.it/cronaca/2026/05/24/insegnanti-aggrediti-parma https://www.ilrestodelcarlino.it/reggio-emilia/cronaca/attentato-terrorista-centro-lfup9kpwhttps://corrieredibologna.corriere.it/notizie/cronaca/25_aprile_16/cesena-15enne-di-medicina-sfregiato-al-voltohttps://www.angelogalantino.com/blog-detail/post/316901/unauto-una-folla-un-sabato-pomeriggio-benvenuti-in-europahttps://www.angelogalantino.com/blog-detail/post/316995/ultra-crepidam-perché-sul-terrorismo-non-tutti-hanno-il-diritto-di-essere-ascoltati-allo-stesso-modo
