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Angelo Galantino

LIBERTÉ, ÉGALITÉ, INCENDIÉ

2026-05-31 19:22

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LIBERTÉ, ÉGALITÉ, INCENDIÉ

Parigi ha vinto la Champions League. E arde. Non di orgoglio. Di fuoco. Il fuoco di chi abita questa terra ma non la sente sua.

Il 30 maggio 2026, il Paris Saint-Germain vince la sua seconda Champions League consecutiva, battendo l'Arsenal ai rigori a Budapest. Una notte storica per il calcio francese.

Parigi risponde bruciando sé stessa.

Oltre 416 persone fermate in tutta la Francia, 283 solo a Parigi. Veicoli incendiati. Una panetteria e un ristorante nel 16° arrondissement devastati. Un agente ferito. Tentativo di assalto a una stazione di polizia nell'elegante 8° arrondissement. Il raccordo anulare bloccato da una folla prima che la polizia lo disperdesse. Barricate costruite con biciclette nei pressi del Parc des Princes.

Non è la prima volta. Non sarà l'ultima.

 

Un anno prima. Stesso copione. Scala più ampia.

31 maggio 2025. Prima vittoria del PSG in Champions League. 2 morti. 192 feriti. 559 arresti. 264 veicoli bruciati. Un 17enne accoltellato a morte a Dax. Un agente in coma farmacologico colpito in faccia da fuochi d'artificio. Il prefetto di polizia Laurent Nuñez fu esplicito: «Ci sono persone che non hanno nemmeno guardato la partita ma sono venute solo per commettere atti vandalici».

Detto altrimenti: la partita non c'entra nulla.

 

Il pretesto e la realtà.

Il pattern è identico, replicato, prevedibile. Non è sfogo di gioia. Non è eccesso di entusiasmo. È distruzione programmata che usa il calcio come copertura operativa. Chi scende in strada non viene dalle tribune del Parc des Princes. Viene dalle banlieue. Viene dalla seconda generazione: figli di immigrati, nati in Francia, cresciuti in Francia, che della Francia portano il passaporto ma non il senso di appartenenza.

 

La doppia lealtà. Il nodo irrisolto dell'Europa.

Il problema non è francese. È europeo.

Novembre 2022, Bruxelles: il Marocco batte il Belgio ai Mondiali e i quartieri nord della capitale belga bruciano. Non belgi che soffrono una sconfitta ma marocchini che festeggiano una vittoria su suolo europeo. Novembre 2024, Amsterdam: prima e dopo Ajax-Maccabi Tel Aviv, giovani di seconda generazione scendono in strada con motivazioni che nulla hanno a che fare con il calcio. 2018, Champs-Élysées: la Francia vince i Mondiali e viene saccheggiata dal proprio interno. In tre notti tra Fête Nationale e finale mondiale, oltre 1.000 veicoli bruciati e 800 fermi.

Lo schema è sempre lo stesso: l'evento sportivo come innesco e come alibi. Il bersaglio reale non cambia mai: i simboli dell'Occidente.

 

"È colpa nostra che non li integriamo". Falso. E i dati lo dimostrano.

La Francia ha investito miliardi nelle banlieue per decenni. Zone d'éducation prioritaire, politique de la ville, fondi straordinari per i quartieri difficili, quote, programmi di inserimento lavorativo. Il risultato? Le rivolte del 2005. Quelle del 2018. Quelle del 2023 dopo la morte di Nahel. Quelle di ieri sera.

Il paradosso che nessuno vuole nominare è questo: non rivolta la prima generazione che ha attraversato il Mediterraneo con nulla, ha sofferto discriminazione reale e ha costruito qualcosa dal niente. Rivolta la seconda e la terza generazione, quella che ha ricevuto più diritti, più sussidi e più opportunità di qualunque altra nella storia dell'immigrazione europea. Il problema non è la povertà materiale. È il rifiuto identitario.

E non è nemmeno universale tra gli immigrati. Le comunità vietnamite, cinesi, indiane in Europa hanno subito le stesse discriminazioni, la stessa emarginazione, gli stessi quartieri difficili. Non bruciano le città del paese che le ospita. La variabile non è il colore della pelle né la povertà. È il framework culturale di appartenenza.

Chiedere ancora più investimenti sociali come risposta a questo fenomeno è come curare una frattura ossea con un antidolorifico. Toglie il sintomo per qualche ora e lascia il problema intatto.

 

Non è tifo. È odio.

L'Arc de Triomphe. Gli Champs-Élysées. I negozi dell'8° arrondissement. La stazione di polizia. Tutto ciò che rappresenta la civiltà che li ospita e che non riconoscono come propria. Questo non è dato di cronaca ma di pubblica sicurezza ed è esattamente il terreno su cui si innesta la radicalizzazione: non nasce nel vuoto ma affonda le radici nella frattura identitaria tra un'appartenenza formale e un rifiuto culturale profondo.

 

Una nota per chi studia il fenomeno.

Nelle fonti disponibili sulle rivolte post-PSG 2025-2026 non emergono riferimenti espliciti al Corano o a scritture islamiche da parte degli autori delle violenze. Il frame documentato è prevalentemente etnico-culturale. Tuttavia alcuni ricercatori applicano all'analisi della violenza di matrice islamista il concetto coranico di fasad fil-ard, la "corruzione e il disordine sulla terra", citato nelle Sure 2:11-12 e 5:33 come condotta da condannare ma anche come categoria attraverso cui certa ideologia legittima l'ostilità verso le istituzioni e i simboli di un ordine percepito come empio e nemico. Va precisato: non si tratta di prova diretta di motivazione religiosa in questi episodi specifici ma di chiave interpretativa accademica che aiuta a leggere la sovrapposizione tra identità antagonista e radicalizzazione potenziale.

Chi studia la deriva jihadista lo sa: il percorso passa quasi sempre da quella frattura. Prima il rifiuto del paese d'accoglienza. Poi la costruzione di un'identità antagonista. Poi, in alcuni casi, il passo successivo. Non tutti i rivoltosi di stanotte saranno terroristi domani. Ma tutti i terroristi dell'Europa degli ultimi vent'anni sono passati da quella stessa frattura.

 

Volevate l'Africa in Europa?

Non l'avete importata. L'avete costruita. Con decenni di buonismo che ha scambiato l'accoglienza per assenza di pretese. Con classi politiche che hanno chiamato "integrazione" quella che era mera coabitazione senza radici condivise. Con intellettuali che hanno bollato come "razzismo" ogni tentativo di porre la questione identitaria in termini chiari.

Il risultato è nelle immagini di stanotte.

 

Parigi ha vinto la Champions League. E arde. 

Non di orgoglio. Di fuoco. 

Il fuoco di chi abita questa terra ma non la sente sua e aspetta ogni vittoria come un'occasione per ricordarlo al mondo intero.

 

L'Europa ha il sonno pesante. E qualcuno continua ad alzare la fiamma.

 

Siamo entrati in un periodo molto buio per la nostra civiltà. E la maggior parte della nostra civiltà non ne è nemmeno consapevole.



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