Dalla morte accettata alla morte desiderata: la mutazione del jihad contemporaneo
Nel Sahih al-Bukhari (Vol. 4, Libro 52, n. 73), il Profeta Muhammad pronuncia, prima della battaglia, una delle formule più cariche di conseguenze nella storia del pensiero islamico: «Sappiate che il Paradiso è all'ombra delle spade». La morte, in quella formulazione, era una variabile accettata con coraggio, non un traguardo deliberatamente perseguito. Chi combatteva in nome di Dio, accettando il rischio dell'annientamento, meritava la ricompensa ultraterrena.
La spada era uno strumento. Il Paradiso era la promessa per chi avesse avuto il coraggio di rischiare.
Quella logica non è più quella del jihad contemporaneo.
Lo shahid classico e la sua deformazione
Nella giurisprudenza islamica classica, lo shahid, il «testimone», è colui che muore combattendo: la morte è il risultato di un'azione bellica lecita, non il suo progetto. Il divieto coranico al suicidio è esplicito e categorico (Sura IV, versetto 29). Per secoli, la regola rimase: morire in battaglia era martirio, cercare deliberatamente la morte equivaleva al suicidio e come tale era punito con i tormenti dell'inferno.
Questa architettura dottrinale regge per secoli. Meir Hatina, nel suo studio analitico sul martirio nell'Islam moderno, chiarisce che la regola tradizionale fu conservata fino al Novecento e che se per Hasan al-Banna, fondatore della Fratellanza Musulmana, l'autosacrificio aveva ancora un valore prevalentemente sociale prima che militare, i gruppi che dagli anni Sessanta si ispirarono a predicatori radicali sunniti come Sayyid Quṭb o ʿAbd al-Salam Faraj, lo collegarono esplicitamente alla lotta armata contro i regimi «apostati»: non più testimonianza spirituale ma strumento di guerra santa interna all'umma. La crepa diventa frattura nei primi anni Ottanta, nel Libano di Hezbollah, con i primi attacchi suicidi sistematici, poi penetrati nell'universo sunnita. Farhad Khosrokhavar, che ha studiato il fenomeno dall'interno delle carceri francesi e nei contesti di radicalizzazione iraniana e palestinese, conia per descriverlo il termine martiriopatia: una condizione in cui il martirio cessa di essere una possibilità estrema e diventa una modalità ordinaria di combattere, e la morte smette di essere mezzo per realizzare un fine superiore per diventare il fine stesso dell'azione. È una svolta antropologica prima ancora che teologica.
Nasce una figura concettualmente nuova: l'istishhadi, colui che organizza la propria morte come atto d'offerta. Le ʿamaliyyat al-istishhadiyya, le «operazioni di testimonianza», diventano progressivamente oggetto di legittimazione giuridica: fatawa elaborate da figure come Nawaf al-Takruri, o emanate dall'Associazione degli Ulema della Palestina, sanciscono che queste operazioni «sono tra le forme più belle del jihad sulla via di Dio». Una costruzione giuridica ex post, fragilissima sul piano dottrinale ma efficacissima sul piano propagandistico.
Con al-Qaʿida, negli anni Novanta, il processo si compie: il jihad diventa globale, transnazionale e sistematico. Con al-Zarqawi e poi con lo Stato Islamico, la morte del combattente viene trasformata in teatro. La propaganda jihadista non glorifica chi ha combattuto e potrebbe essere morto, bensì chi ha scelto di morire e ha combattuto per farlo. Il ribaltamento è completo: le spade non conducono più all'ombra del Paradiso come possibilità ultima, sono diventate il percorso obbligato verso una morte cercata come fine.
Il supermusulmano: la psicoanalisi del sacrificio
Nessuno ha analizzato questa mutazione con la precisione chirurgica di Fethi Benslama, psicoanalista lacaniano e docente di Psicopatologia Clinica all'Université Paris-Diderot, nel suo saggio Un furioso desiderio di sacrificio. Il supermusulmano. Benslama costruisce la sua diagnosi a partire dall'osservazione clinica diretta: anni di lavoro psicologico nella periferia nord di Parigi, a Seine-Saint-Denis, dove ha seguito la progressiva radicalizzazione di giovani che, prima di approdare alle posizioni islamiste, presentavano quasi invariabilmente stati depressivi, fratture identitarie, storie di abbandono. Due terzi dei soggetti radicalizzati, rileva, avevano tra i quindici e i venticinque anni.
La categoria analitica centrale è quella del supermusulmano: un soggetto ossessionato dall'insufficienza della propria fede, convinto di non essere abbastanza musulmano, incapace di tollerare la propria incompletezza. Questo senso di colpa produce un Super-io ipertrofico e crudele che da un lato schiaccia il soggetto e dall'altro lo proietta verso la violenza come forma di espiazione e di potenza. Il supermusulmano si assegna il ruolo di vendicatore della divinità oltraggiata, di custode dell'umma, di strumento di una missione divina che gli garantisce il perdono preventivo di qualsiasi eccesso. In questa logica, il crimine è già assolto prima di essere commesso.
Il processo di radicalizzazione è, tecnicamente, un processo di desoggettivazione: il soggetto dissolve il proprio sé nella causa, consegna la propria identità a un'appartenenza totale. Non c'è più un individuo che valuta, dubita o teme: c'è soltanto un principio attivo al servizio di un'idea assoluta. La morte non spaventa perché il sé è già stato consegnato. E una volta consegnato il sé, la morte fisica diventa non solo accettabile ma desiderabile: è il suggello definitivo dell'appartenenza, la prova inconfutabile della purezza della fede.
Dalla variabile al fine: una mutazione strutturale
La distinzione che occorre tenere ferma è quella tra due configurazioni antropologiche profondamente diverse. Nel jihad classico e anche nelle prime forme di jihadismo contemporaneo, la morte era una variabile: il combattente si esponeva al rischio con determinazione ma il suo obiettivo primario era vincere, non morire. Le battaglie del VII secolo, le guerriglie anticoloniali ricodificate in chiave islamista negli anni Sessanta e Settanta, persino le prime operazioni di Hamas, pur nella violenza, conservavano una logica strumentale in cui la vita del combattente aveva un valore operativo.
Nel jihad della terza generazione, quella forgiata dall'estetica dello Stato Islamico, la struttura si è invertita. La morte non è un rischio accettato, è l'obiettivo dichiarato. I video di reclutamento non mostrano battaglie da vincere ma martiri da imitare. La propaganda non promette vittoria tattica ma accesso immediato al Paradiso. Il modello identitario proposto non è il guerriero che sopravvive ma il martire che si immola. Detto in termini psicanalitici: la pulsione di morte ha colonizzato l'intera struttura motivazionale, destituendo la pulsione di vita da qualsiasi ruolo.
Benslama coglie nel segno quando osserva che l'islamismo, dopo decenni di radicalizzazione progressiva, è diventato «autoimmune»: distrugge ciò che dice di voler salvare. Le principali vittime del terrorismo jihadista, nel mondo, sono musulmani. L'Iraq, la Siria, la Nigeria, il Pakistan. Il sacrificio divorzia dalla sua funzione originaria, difensiva e testimoniale, per diventare un fine autoreferenziale, una pulsione che si autoalimenta e che non ha più bisogno di un nemico reale per esistere: si nutre del proprio desiderio di annientamento.

Una minaccia che esige comprensione
Comprendere questa mutazione non significa giustificarla, come Benslama stesso precisa con cura: la spiegazione non è la giustificazione. Significa però riconoscere che il terrorismo jihadista contemporaneo non è la traduzione militante di un testo sacro, né la risposta razionale a condizioni di oppressione geopolitica. È, nella sua forma più matura e pericolosa, il prodotto di una crisi soggettiva di massa, amplificata da un'ideologia capace di trasformare il vuoto identitario in certezza assoluta e il desiderio di morte in vocazione sacra.
Il Paradiso è all'ombra delle spade. Ma quando le spade diventano il fine e il Paradiso soltanto il pretesto, ciò che resta non è più fede: è una pulsione di morte travestita da vocazione sacra. E contro una pulsione di morte che si crede eterna, nessuna strategia militare è sufficiente da sola. Bisogna capire prima di combattere.
N.B. per chi vuole approfondire: Fethi Benslama, «Un furioso desiderio di sacrificio. Il supermusulmano»; Meir Hatina, «Il martirio nell'Islam moderno. Devozione, politica e potere»; Farhad Khosrokhavar, «I nuovi martiri di Allah»; Luigi Zoja, «Nella mente di un terrorista»; Sayyid Qutb, «Maʿalim il al-taiiq» (Pietre miliari); Oasis Center, «Il martirio nella storia dell'Islam» (2017); Sahih al-Bukhari, Vol. 4, Libro 52, n. 73